Infermieri in UK: intervista a Yuri, infermiere a Peterborough

Infermieri in UK: intervista a Yuri, infermiere a Peterborough

Com’è fare l’infermiere in UK? Quali sono le difficoltà e le pratiche burocratiche da sbrigare prima, durante e dopo la permanenza nel Regno Unito. Ne parliamo con Yuri Lucia, infermiere a Peterborough. [su_spacer] [su_spacer] [su_spacer] Ciao Yuri. Presentati e parlaci un po’ di te. Da dove vieni, di cosa ti occupi e dove vivi al momento?
Tempo di lettura: 8 minuti
Pubblicato il Ottobre 28, 2016 - di alessia

Com’è fare l’infermiere in UK? Quali sono le difficoltà e le pratiche burocratiche da sbrigare prima, durante e dopo la permanenza nel Regno Unito. Ne parliamo con Yuri Lucia, infermiere a Peterborough.

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  • Ciao Yuri. Presentati e parlaci un po’ di te. Da dove vieni, di cosa ti occupi e dove vivi al momento?

Ciao, mi chiamo Yuri e vengo da Roma; al momento lavoro per il Peterborough City Hospital l’ospedale della città di Peterborough, nella contea del Cambridgeshire, una cittadina a metà strada fra Londra e Cambridge. È abbastanza conosciuta perché qui c’è la seconda comunità di italiani più grande dell’Inghilterra, arrivata negli anni 50. Sempre qui si trova una factory della London Brick Company, l’azienda che produce i classici mattoncini rossi che si vedono in giro per l’Inghilterra sulle facciate delle case: ecco, quei mattoncini vengono da qui e sono stati prodotti soprattutto da immigrati italiani proprio negli anni 50. Ma Peterborough non è il primo paese in cui ho lavorato in UK: il mio primo lavoro era nell’Oxfordshire.

  • Da quanto vivi all’estero e come ti trovi?

A ottobre di quest’anno saranno 3 anni che lavoro come infermiere in UK. Per quanto riguarda il trovarsi bene o meno credo che una premessa sia obbligatoria:sia il sistema sanitario e sia la mentalità della gente, qui, sono diverse rispetto all’Italia.Il fatto di trovarsi bene credo dipenda molto da dove si va a lavorare: ci sono luoghi, infatti, in cui ci si inserisce meglio e altri in cui ci si inserisce peggio; all’inizio per me non è stato semplice perché mi trovavo in un villaggio sperduto nella campagna inglese. Era molto diverso da come me lo avevano descritto; c’erano dei problemi di organizzazione nella struttura in cui lavoravo e i conflitti con i miei colleghi inglesi non mancavano. Ma, a parte questo, credo che in UK ci si possa trovare bene: l’importante è capire che ci si deve adattare. A quasi 3 anni dal mio arrivo ho una vita sociale, ho amici e mi trovo bene; non è il posto in cui credo che rimarrò per sempre ma, ripeto, ci si può trovare bene.

  • Perché hai deciso di partire e di iniziare questa tua avventura fuori dall’Italia?

Diciamo che la motivazione principale che mi ha spinto a partire è stata la possibilità di avere una migliore retribuzione. In Italia lavoravo come infermiere ma in maniera discontinua e la situazione lavorativa del paese era piuttosto brutta.

  • Ci sono grosse differenze fra il sistema sanitario inglese e quello italiano? Cosa ti ha colpito di più del nuovo sistema?

Vorrei sfatare subito il mito per cui il sistema sanitario britannico è migliore del nostro. In realtà l’assistenza infermieristica nasce nel nostro paese e noi italiani abbiamo una grande tradizione in questo campo. La preparazione degli infermieri italiani è ottima nonostante, negli ultimi anni, anche noi abbiamo adottato tecniche di cura prese in prestito dal modello anglosassone che hanno abbassato, a mio modesto parere, gli standard di assistenza. In realtàl’aspetto che meglio funziona e a proposito del quale credo gli inglesi possano davvero darci lezioni è quello legato all’assunzione del personale.Mi spiego meglio: in Italia chi vuole lavorare nel pubblico deve fare un concorso a mio parere un po’ stupido e utile solo a far entrare chi deve entrare. Qui, invece, si possono vedere online le posizioni disponibili e gli ospedali interessati (oppure ci si può rivolgere a un’agenzia) ma, in ogni caso, c’è un colloquio faccia a faccia e soprattutto hai un contatto diretto con qualcuno!

  • Come viene riconosciuto il tuo lavoro da parte della società in cui vivi oggi?

Penso che qui in UK si viva lo stesso dramma dei colleghi italiani: gli infermieri, rispetto al passato, svolgono un buon numero di mansioni in più ma quando nel team si crea un problema, l’infermiere viene sempre coinvolto. Se, per esempio, c’è un problema con il medico, l’ultima parola spetta sempre e comunque a lui e l’infermiere, sul quale ricadono eventuali responsabilità in caso di errori, raramente ha modo di tutelarsi da ciò. Per farla breve credo che la categoria sia poco considerata (sia in Italia che in UK) e che sia un po’ un parafulmine in certe situazioni.

  • Le certificazioni che hai ottenuto in Italia sono state riconosciute in UK?

Sì, il titolo di studio è immediatamente riconosciuto in UK ma si deve comunque fare l’iscrizione al NMC e ottenere il NIN.L’unico aspetto che voglio sottolineare è quello relativo ai tirocini formativi che, nel nostro paese, sono parte integrante del corso di laurea in Infermieristica; in Inghilterra, invece, questo internship si svolge nel momento in cui un infermiere comincia a lavorare: si tratta di un training rivolto ai lavoratori sia del settore privato che di quello pubblico. Per farla breve l’infermiere appena arrivato in una struttura deve partecipare a corsi specifici a proposito di somministrazione di farmaci, terapia I.V. (intravenosa), inserimento del catetere vescicale, prelievo del sangue, gestione della terapia per diabetici ecc… Questo training dura qualche mese e si tiene sul luogo di lavoro; una volta terminato c’è un assessment, una sorta di valutazione fatta da qualcuno che monitora i nuovi arrivati mentre misurano la pressione o eseguono un prelievo. E a questo proposito consiglio a tutti di farsi fare una copia della ricevuta che viene rilasciata al termine del training perché adesso l’NMC chiede, ogni 3 anni, una validation dei certificati!

  • È stato facile per te ambientarti con nuovi colleghi e superiori?

All’inizio della mia esperienza ci sono stati dei problemi principalmente perché il posto in cui lavoravo era diverso da come me l’avevano presentato; la casa di cura era davvero sperduta nella campagna e i problemi con i colleghi c’erano, soprattutto con quelli inglesi che amavano ricordarmi la mia condizione di bloody foreigner. Penso che con gli inglesi si possa lavorare bene ma la loro mentalità e il modo di rapportarsi agli altri sono davvero diversi dai nostri. Per esempio, per mia esperienza, ho imparato che gli inglesi riconoscono molto l’autorità per cui quando vedono che in qualcuno c’è esitazione o insicurezza, tendono a prendere il sopravvento. Ecco perché consiglio di mantenere la giusta distanza ed ecco perché i britannici sono sempre così formali: questo suggerimentovale in particolare per noi italiani che abbiamo come punto debole proprio un atteggiamento sempre aperto e troppo disponibile.

  • Come hai trovato il tuo primo posto di lavoro in UK?

La prima cosa che ho fatto quando ero ancora in Italia è stata avviare le pratiche di iscrizione all’NMC: infatti in molti commettono l’errore di cercare prima lavoro e poi procedere con l’iscrizione e in questo caso, quasi sempre, si finisce con l’essere rifiutati dai potenziali datori di lavoro. Successivamente ho ricevuto l’application pack con il numero provvisorio che non consente di lavorare come infermiere ma è la prova che le pratiche sono state avviate. Ho inserito questo codice sul mio cv in inglese e l’ho caricato su un sito molto famoso di ricerca di lavoro (Monster.co.uk). A questo punto ho ricevuto alcune proposte da parte di altrettanti recruiter che mi hanno chiesto se avevo avviato le pratiche e poi ho sostenuto alcune interview via Skype per valutare il livello d’inglese e la determinazione nel volermi trasferire; infine ho sostenuto dei colloqui con i potenziali datori di lavoro direttamente in loco. Io ho dovuto recarmi in UK per sostenerli ma ci sono anche alcune giornate di recruiting in Italia.

  • L’impatto della differenza linguistica è stato un ostacolo difficile per te?

Ho sempre parlato un inglese soddisfacente; ho viaggiato molto da ragazzo e ho fatto esperienze all’estero. Il problema, però, è nato quando ho iniziato a spostarmi sul territorio inglese:gli accenti sono molto diversi da zona a zona e moltissimi parlano lo slang; infatti sentivo (e non capivo) tante espressioni idiomatiche che nessuno mi aveva mai insegnato a scuola.

A questo punto c’è da sfatare un altro mito: quello per cui, per lavorare in UK, non è necessario avere chissà quale livello d’inglese perché il datore di lavoro provvederà a far frequentare al dipendente dei corsi di lingua. Beh, questo non è assolutamente vero: nel Regno Unito arrivano molti immigrati dai paesi del Commonwealth che conoscono l’inglese certamente meglio di chi proviene dall’Italia e non hanno bisogno di un corso! Ecco perché si deve partire con un buon livello di conoscenza della lingua, altrimenti non si superano neppure le interview preliminari. E il fatto che da gennaio di quest’anno sia necessario avere il certificato IELTS è il risultato di un aumento vertiginoso degli infermieri stranieri nel paese.

  • Cosa consiglieresti ai tanti ragazzi laureati in Infermieristica che desiderano spostarsi all’estero?

Innanzitutto direi loro di non avere paura o, meglio, direi loro che avere paura è normale ma questo sentimento non deve diventare un ostacolo alla crescita personale. Qua in UK nessuno stenderà un tappeto rosso ai nuovi arrivati e nessuno li pagherà per girarsi i pollici; arriviamo qui, lavoriamo e dobbiamo essere pronti ad adattarci perché “This is England”, è casa loro più che nostra. Solo lavorando ci si può costruire un futuro.

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