Identità e apparenza: fra inglesismi e lingua italiana

Identità e apparenza: fra inglesismi e lingua italiana

Quello che stai per leggere è un bell’articolo scritto dalla nostra Chiara Iacomelli, insegnante di inglese presso la sede Myes di Firenze. Di cosa parla? Non anticipiamo niente e lasciamo la parola a Chiara. [su_spacer] Identità e apparenza: fra inglesismi e lingua italiana [su_spacer] Ti è mai capitato di sentire parole inglesi in contesti in cui si
Tempo di lettura: 5 minuti
Pubblicato il Giugno 28, 2016 - di alessia

Quello che stai per leggere è un bell’articolo scritto dalla nostra Chiara Iacomelli, insegnante di inglese presso la sede Myes di Firenze. Di cosa parla? Non anticipiamo niente e lasciamo la parola a Chiara.

Identità e apparenza: fra inglesismi e lingua italiana

Ti è mai capitato di sentire parole inglesi in contesti in cui si poteva usare una parola italiana? Cosa ne pensi dell’abuso di alcuni frequenti anglicismi come mission, step o location? Perché non usare scopo, obiettivo o strategia; tappa, fase o passaggio; luogo o sito?

Nel mio lavoro di insegnante di inglese e di italiano agli stranieri, mi trovo spesso a fare i conti con falsi amici o parole usate erroneamente (ad esempio pèrformance invece di perfòrmance – abusato da molti, soprattutto nel mondo dello spettacolo e dello sport). Essendo bilingue mi succede di ragionare in una lingua e di voler impiegare alcune parole dell’altra, perché spesso intraducibili. Il mio però è un consumo consapevole e personale di commistioni linguistiche ad hoc; non amo mescolare troppo e mi vengono i brividi quando sento l’uso/abuso di certe parole: adoro capire le differenze ed esplorare le infinite possibilità linguistiche che una lingua può offrire, senza esagerare.
L’italiano è lirico e drammatico. È la lingua dell’opera e della musica, della letteratura e della cucina. Tuttavia, oggi, nonostante sia la quarta lingua più studiata al mondo, le iridescenti parole italiane soffrono. E soffrono moltissimo!
Forse questo è un altro segno di crisi di cultura e di identità. Siamo ormai diventati così provinciali da assorbire tutto ciò che proviene dal mondo anglosassone, senza critica, senza filtri. O come direbbero i nostri giovani: #nofilters.

Questa è la posizione del Presidente dell’Accademia della Crusca, il Professor Claudio Marazzini. Qualche settimana fa, infatti, ho avuto il piacere di apprezzare le sue riflessioni durante una conferenza tenuta presso la sede di Savino del Bene S.p.A. a Scandicci, Firenze.
Marazzini ha illustrato il suo punto di vista e ha ricordato che già da anni l’Accademia della Crusca svolge un ruolo di critica e di salvaguardia della lingua italiana. Ricorderai, forse, la raccolta di firme lanciata da Annamaria Testa nel 2015 “Dillo in italiano” e l’eco mediatico che tale dibattito ha avuto sulle maggiori testate giornalistiche nazionali e internazionali. Lo scorso novembre sono state consegnate più di 70.000 firme al capo dello Stato, dimostrando così il grande interesse dell’opinione pubblica per questo argomento!

Non vi sono dubbi che le lingue siano di per sé composite: si tratta di uno scambio continuo, di una permeabilità soprattutto con il passato e l’antico. La maggior parte del lessico italiano proviene infatti dal latino e poi dal greco; siamo seduti su stratificazioni geologiche di migliaia di anni e, nonostante ciò, innumerevoli sono i “fossili viventi”.Oggi usiamo spesso le parole umili piuttosto che le parole colte: eclatante è l’esempio di casa (lat. casam– stamberga), invece che domus, che si è tramandata nei secoli come “duomo”, la casa di Dio. Fossili sono anche espressioni, che impieghiamo, slegate dal contesto originario: “cercare l’ago nel pagliaio” (quali giovani di oggi hanno mai visto un pagliaio?), “mettere il carro davanti ai buoi” (chi ha carri con buoi, oggi?), “spezzare una lancia”, “di punto in bianco” e chi più ne ha più ne metta.

La lunga storia e l’incredibile cultura che ne è derivata si annullano quando i nostri politici, economisti o giornalisti decidono di utilizzare termini come Jobs Act, Hotspots, Bail, Smart Working, Benchmarking, Peer Review, Stepchild adoption. Vogliamo sembrare cool o c’è un’intenzione pericolosamente oscurantista? C’è, da parte di chi fa le leggi (o le racconta), un interesse a che si capisca poco di ciò che si sta facendo? Vogliamo perpetrare il culto dell’informalità, dove l’italiano colto e la varietà linguistica diventa d’impaccio, o intendiamo invece salvaguardare la chiarezza d’intenti e insieme, la nostra identità?
Il Professor Marazzini ha risposto che se gli italiani smettessero di utilizzare in modo snobistico queste parole, sia nell’uso di tutti i giorni, sia in ambito politico, economico e industriale, ciò sarebbe un modo per dimostrare più fiducia nei confronti della nostra lingua e una consapevolezza maggiore del valore della nostra cultura.

Per concludere questa riflessione, il Professor Marazzini ci ha informati che il 17 giugno è uscito un comunicato stampa del gruppo Incipit: questo gruppo, costituito  da   Michele Cortellazzo, Paolo D’Achille, Valeria Della Valle, Jean-Luc Egger, Claudio Marazzini, Alessio Petralli, Luca Serianni e Annamaria Testa, si occupa di valutare neologismi e forestierismi “incipienti”, scelti fra quelli impiegati nel campo della vita civile e sociale, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana.
In questo comunicato stampa leggiamo che “nel sistema universitario italiano è presente una forte disponibilità a impiegare termini ed espressioni provenienti dal mondo economico-aziendale per designare o descrivere momenti della valutazione relativi alla didattica e alla ricerca o per indicare fasi burocratico-organizzative previste nella vita ordinaria dell’istituzione”.
L’elenco delle parole scelte dagli studiosi lo puoi trovare in rete, sul sito dell’Accademia della Crusca.
Mi vorrei solo soffermare sull’esempio più clamoroso che, come sottolinea il gruppo Incipit, dimostra “come un’istituzione che dovrebbe essere all’avanguardia, sia invece al traino di altri centri egemonici”. Si tratta dell’espressione graduation day per designare il giorno della laurea. Tale festa, spiega il gruppo Incipit, fa riferimento “a riti esteriori privi di radicamento nella tradizione universitaria italiana e ci mostra succubi rispetto ai modelli anglosassoni”.

Che fare allora? Ci serve solo un pizzico di fiducia e amor patrio in più? Occorre organizzare più dibattiti, lezioni, conferenze? Certo, ma non solo.
Credo che sia necessario incoraggiare un sano orgoglio per il nostro passato e per le schiere di intellettuali, artisti, scienziati, inventori e pensatori che hanno reso il nostro Bel Paese non cool, ma straordinario.

Chiara Iacomelli

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