La parola al recruiter: intervista a Giada Minotti di BPL

La parola al recruiter: intervista a Giada Minotti di BPL

Cosa chiedono davvero le agenzie di reclutamento ai tanti infermieri che si candidano per un posto nel Regno Unito? Ce lo spiega meglio Giada Minotti, HR Assistant settore Italia di Best Personnel Recruitment. [su_spacer] [su_spacer] [su_spacer] Ciao Giada! Parlaci di te e del lavoro che fai. Di cosa ti occupi all’interno di Best Personnel LTD? Cosa
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Pubblicato il November 4, 2016 - di alessia

Cosa chiedono davvero le agenzie di reclutamento ai tanti infermieri che si candidano per un posto nel Regno Unito? Ce lo spiega meglio Giada Minotti, HR Assistant settore Italia di Best Personnel Recruitment.

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  • Ciao Giada! Parlaci di te e del lavoro che fai. Di cosa ti occupi all’interno di Best Personnel LTD? Cosa fa la compagnia?

Ciao a tutti; mi chiamo Giada Minotti e sono HR Assistant responsabile del settore Italia di Best Personnel Recruitment. Sono laureata in Risorse Umane e, al momento, vivo a Dublino (e lavoro presso la sede di Best Personnel Recruitment della città). L’azienda presso la quale lavoro è un’agenzia di reclutamento per infermieri da inserire in case di cura nel Regno Unito e  in Irlanda.

  • Che tipo di servizi offrite ai vostri clienti?

Noi facciamo selezione e reclutamento del personale; in praticaprepariamo i candidati a sostenere il colloquio finale con le strutture: li aiutiamo con le domande e con la stesura del cv.Il nostro obiettivo è renderli autosufficienti, così che siano in grado non solo di sostenere ma anche di superare il colloquio: tendiamo perciò a prepararli finché non siamo assolutamente certi che saranno assunti. Il servizio, ovviamente, è gratuito per i candidati!

  • Perché il sistema sanitario inglese cerca così tanti infermieri all’estero?

Non è assolutamente vero che il motivo è la scarsa preparazione degli infermieri inglesi; il problema è molto semplice: nel Regno Unito c’è circa 1 infermiere ogni 7 pazienti. Solo Londra conta 5 milioni di abitanti: puoi immaginarti quanta richiesta ci sia! Il problema vero è che gli infermieri scarseggiano e la domanda è, in questo momento, molto maggiore dell’offerta.

In Irlanda la situazione è un po’ diversa perché l’NMBI (il Collegio degli Infermieri Irlandese) è un po’ più restrittivo in quanto tende a favorire gli irlandesi: non si vuole che questi se ne vadano a lavorare in Australia o in America.

  • E perché, secondo te, sono così tanti i candidati provenienti da tutta Europa interessati a lavorare negli ospedali inglesi?

Io conosco il motivo che ha spinto me a partire e credo sia lo stesso che spinge un po’ tutti a lasciare l’Italia: è l’ambizione professionale, il desiderio di successo, di crescita concreta in ambito lavorativo. E questa è una nazione che può garantire ai giovani e alle future generazioni un lavoro e una nuova vita: in Italia, si sa, al momento non c’è molto lavoro.

  • Com’è la qualità del lavoro in questo ambito rispetto all’Italia?

In Inghilterra c’è un sistema pensionistico molto diverso da quello italiano e lo stipendio è più alto; anche un neolaureato sicuramente guadagna di più ma il discorso è un po’ più complesso: qui, infatti, le tasse sono più basse e si pagano in base a quanto si guadagna in un anno. Pagando meno tasse la pensione è più bassa ma c’è comunque garanzia sia di percepirla che di vivere bene con quella. Personalmente suggerisco sempre ai ragazzi, una volta trovato un ospedale in cui lavorare, di aprire un fondo pensione in cui versare mensilmente i soldi.

  • Secondo la tua esperienza gli infermieri italiani hanno particolari difficoltà ad ambientarsi? E se sì, quali sono?

No, direi che gli italiani hanno una preparazione abbastanza buona ma c’è anche da dire che, una volta entrati in un ospedale, tutti i nuovi infermieri vengono completamente riformati.In Italia, per esempio, un tirocinante può (e di solito sa) fare un prelievo di sangue; in Inghilterra, anche se sei un infermiere registrato ma sei arrivato solo da un paio di mesi devi comunque fare alcuni corsi pratici. Questo training, di solito, dura 6 mesi.

  • A livello lavorativo, quindi, i laureati italiani sono abbastanza preparati. Ma quali sono, invece, le caratteristiche personali vincenti?

A questo proposito vorrei dare un suggerimento a tutti coloro i quali desiderano candidarsi: durante il colloquio le strutture inglesi (sia pubbliche che private) fanno sempre una domanda molto precisa: “Dove ti vedi fra 5 anni?”. É importante ricordarsi che non gradiscono assolutamente che venga risposto “In Italia”! Questo perché le strutture ospedaliere fanno un grande investimento sul candidato e gli danno modo di crescere professionalmente.

  • Pensi che il sistema sanitario inglese consenta di avere prospettive future agli infermieri stranieri? Quanti vengono in UK per restarci e quanti per fare solo un’esperienza?

La gran parte dei ragazzi che si candidano lo fa con l’idea di restare qua ma ci sono anche casi di ragazzi che fanno questa esperienza solo per un paio d’anni. Lo fanno per arricchire il CV e magari per prendere dei punti per poi fare il concorso in Italia, una volta rientrati. Ma la gran parte vuole costruire qualcosa di solido e restare; dopo il Regno Unito, per qualcuno, ci può essere l’Australia ma sicuramente in pochi puntano a tornare in Italia.


  • Hai mai incontrato studenti italiani che si sono formati in questo settore direttamente in UK?

Nella mia esperienza no, non ho mai incontrato nessuno che abbia studiato Infermieristica qua. Cioè, ci sono casi di persone che, dopo un’esperienza di lavoro nel Regno Unito desiderano specializzarsi e fare un master e allora lo fanno direttamente qui. Ma persone che, dopo aver frequentato le scuole superiori in Italia, decidono si studiare infermieristica in UK non mi è ancora capitato. Anche perché un percorso di studi del genere sarebbe davvero molto costoso!

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