La parola al recruiter: intervista a Elida Bardelli di HCL

La parola al recruiter: intervista a Elida Bardelli di HCL

Cosa chiedono davvero le agenzie di reclutamento ai tanti infermieri che si candidano per un posto nel Regno Unito? Ce lo spiega meglio Elida Bardelli, recruiter per HCL Permanent ed ex infermiera all’estero. [su_spacer] Ciao Elida. Parlaci di te e del lavoro che fai. Di cosa ti occupi all’interno di HCL? Cosa fa la compagnia?
Tempo di lettura: 8 minuti
Pubblicato il Novembre 5, 2016 - di alessia

Cosa chiedono davvero le agenzie di reclutamento ai tanti infermieri che si candidano per un posto nel Regno Unito? Ce lo spiega meglio Elida Bardelli, recruiter per HCL Permanent ed ex infermiera all’estero.

  • Ciao Elida. Parlaci di te e del lavoro che fai. Di cosa ti occupi all’interno di HCL? Cosa fa la compagnia?

Salve a tutti; mi chiamo Elida, ho 25 anni e da un anno e mezzo lavoro come reclutatrice per la HCL. Nel novembre 2013 mi sono laureata in Scienze Infermieristiche presso l’Università di Pisa; dopo un mese ho fatto i colloqui per lavorare in UK come infermiera e nel marzo 2014 sono partita.  Dopo circa un anno l’agenzia che mi aveva reclutata mi chiese se volevo lavorare per loro e occuparmi degli infermieri italiani. Ed eccomi qua!

  • Dove siete operativi?

A maggio 2016 abbiamo aperto il primo ufficio Italiano della HCL, a Pisa. Abbiamo scelto la Toscana perché vanta ben 3 università per le scienze infermieristiche con moltissimi poli distaccati. Inoltre è una regione del Centro Italia ed è, quindi, facilmente raggiungibile da tutti.

  • Che tipo di servizi offrite ai vostri clienti?

I nostri clienti sono ospedali pubblici (NHS) inglesi; noi forniamo loro i curriculum degli infermieri e li presentiamo.Dopo l’intervista ci occupiamo di raccogliere tutti i documenti che il cliente richiede al candidato e organizziamo il viaggio oltremanica.Ma ci occupiamo di infermieri provenienti da tutta l’Europa e, a dire il vero, ho colleghi greci, spagnoli, portoghesi, rumeni e, ovviamente, inglesi.

  • Perché il sistema sanitario inglese cerca così tanti infermieri all’estero?

Questa è una domanda molto frequente e per rispondere si deve fare uno sforzo enorme: dimenticarsi del sistema italiano. Dimenticarsi i concorsi con 15.000 candidati per un solo posto e dimenticarsi di ospedali a corto di personale. In UK, per legge, non si possono avere più di 7 pazienti per infermiere; in terapia intensiva il rapporto diventa addirittura 1:1. Quindi ci si può immaginare quanti infermieri servano in un reparto: moltissimi! E poi si devono coprire tutti i turni e i vari congedi per malattia, maternità e ferie. Ovviamente non esiste che una caposala “obblighi” gli infermieri a fare straordinari forzati, quindi l’unica scelta che hanno gli ospedali inglesi è quella di cercare infermieri nel resto d’Europa.

  • E perché, secondo te, sono così tanti i candidati provenienti da tutta Europa interessati a lavorare negli ospedali inglesi?

Perché in UK c’è un sistema che funziona e c’è meritocrazia: se sei un infermiere ambizioso e vuoi fare carriera, il Regno Unito è il posto giusto per te. Inoltre molti candidati desiderano lavorare in tempi brevi e, facendo un colloquio per gli UK, in 2 mesi si può iniziare a lavorare. È tutto molto semplice e veloce, basta conoscere l’inglese!

  • Com’è la qualità del lavoro in questo ambito rispetto all’Italia?

Essendo io stessa infermiera posso dire che la qualità del lavoro non la fa solo un buono stipendio e le 7 settimane di ferie all’anno (anche se queste aiutano a sentire meno la mancanza di casa). É molto importante sapere che il tuo ospedale inglese ti affiancherà nel periodo iniziale e probabilmente ti offrirà corsi di aggiornamento. In più, per soli 7 pazienti, avrai a disposizione un operatore sanitario che ti aiuterà in tutto: tutto ciò significa avere un lavoro di qualità. Detto questo lo stipendio va dai £21.692 ai £28.692 all’anno; il congedo di maternità dura un anno e mezzo; ogni mese dallo stipendio (come in Italia) viene trattenuta una quota per la pensione. Per la malattia funziona in modo diverso rispetto all’Italia: se prendi malattia per meno di una settimana non hai bisogno di certificati medici e non esiste il controllo a casa. E, poi, non dimentichiamoci del contratto indeterminato che ti sarà fatto praticamente subito!

  • Secondo la tua esperienza gli infermieri italiani hanno particolari difficoltà ad ambientarsi?

Noi italiani ci adattiamo in genere molto bene e in UK ci adorano perché siamo sempre molto solari. La difficoltà maggiore, però, penso venga dalla lingua. Ma non quando siamo là, bensì prima di partire! Alcuni ragazzi, infatti, non hanno il giusto metodo di studio oppure non si impegnano a sufficienza e quindi non riescono neppure a superare i colloqui.

  • Quali sono le caratteristiche personali vincenti che un candidato deve avere?

Il sorriso è la prima cosa: una persona positiva è sempre più apprezzata delle altre. Inoltre, quando stai a contatto con persone malate, un sorriso può davvero fare la differenza. Dopodiché è molto importante essere sicuri di sé e di quello che si dice; nessuno assumerà mai un infermiere indeciso. Poiho notato che i candidati che, durante il colloquio, parlano anche di se stessi, dei loro hobby e delle loro passioni vengono assunti più facilmente.

  • Ma cosa chiedono gli ospedali durante i colloqui?

In linea generale ogni ospedale fa dalle 5 alle 9 domande al candidato. Il colloquio inizia con l’invito a parlare di sé e delle proprie esperienze di lavoro/tirocinio; poi viene chiesto il perché si sia scelto di fare l’infermiere e questa è una domanda estremamente importante poiché proprio qui il candidato deve mostrare tutta la propria passione. Infine si passa alle domande cliniche: “come puoi prevenire le infezioni nell’ospedale?”, “cosa fai se un paziente ha la pressione bassa?”, “come assicuri la privacy?”, “cosa fai se il paziente ha un dolore toracico?”, “come risolvi le discussioni con i colleghi?”.

  • Pensi che il sistema sanitario inglese consenta di avere prospettive future agli infermieri stranieri? Quanti vengono in UK per restarci e quanti per fare solo un’esperienza?

Onestamente non ho mai fatto studi statistici su questo anche se credo sarebbe estremamente importante. Con moltissimi dei miei candidati resto in contatto e vedo che la maggior parte di loro restano in UK; magari cambiano ospedale oppure cambiano reparto. Certo, qualcuno torna in Italia; in particolare chi trova difficile stare lontano dalla famiglia.

  • Sappiamo che prima di lavorare come recruiter tu stessa hai lavorato come infermiera in UK. Dove hai lavorato? E per quanto tempo?

Ho lavorato nella periferia di Londra nella parte Nord, per un anno circa. Lavoravo nella Stroke Unit, sia nella parte riabilitativa che in quella acuta. Il sistema funzionava molto bene: se un paziente va dal medico di famiglia con i sintomi di uno stroke (infarto), il medico di famiglia contatta direttamente la stroke nurse la quale, all’arrivo del paziente in pronto soccorso, fa subito tac e terapia trombolitica, se necessaria.

  • Quali sono le differenze col sistema sanitario italiano che ti hanno più colpita?

In primis il rapporto medico – infermiere. Quando sono partita avevo solo 22 anni e non credevo che la mia opinione contasse così tanto. Invecetutti i medici mi ascoltavano ed erano pronti a discutere il care plan del paziente insieme a me; mi sentivo molto apprezzata.In seguito ho notato che in UK gli infermieri hanno molti diritti che in Italia, secondo me, abbiamo perso. Per esempio: un infermiere full time lavora 37 ore a settimana ma se vuole lavorare di più è una scelta sua e tutti gli straordinari vengono pagati extra. Durante il mio tirocinio in Italia, invece, moltissimi infermieri si lamentavano del lavoro in più che dovevano fare obbligatoriamente ma senza essere retribuiti.

  • Pensi che ci sia un differente riconoscimento del ruolo dell’infermiere rispetto all’Italia?

Onestamente credo che anche in Italia il ruolo dell’infermiere sia rispettato. Mi è capitato di essere in vacanza al mare, conoscere persone nuove e sentir loro dire: “Ah sei infermiera, allora ci sentiamo al sicuro”. Anche in UK accade questo: i pazienti e i loro parenti sono molto grati al personale infermieristico internazionale poiché sanno che abbiamo lasciato le nostre case per prenderci cura di loro.

  • Hai avuto difficoltà ad ambientarti con colleghi e superiori?

No, assolutamente. Ogni venerdì o sabato sera uscivamo tutti insieme noi del reparto, incluse caposala, vice – caposala e medici. Visti da fuori non si riusciva a capire chi fosse il “superiore”!

  • Si tratta di un’esperienza che arricchisce il curriculum?

Direi proprio di sì. L’NHS è il sistema sanitario più conosciuto al mondo. Lavorare lì ti apre le porte per il Canada, l’Australia e, perché no, anche per tornare in Italia e migliorare le proprie condizioni di lavoro.

  • Cosa consiglieresti a chi desidera partire per svolgere la professione di infermiere all’estero?

Di essere flessibile. Lo sappiamo tutti: in UK non è caldo in estate e non c’è il buon cibo italiano. Inoltre la lontananza dalla famiglia è una cosa che pesa! Detto tutto questo è meglio non partire se si pensa di non resistere senza queste cose. E poi non si deve mollare alla prima difficoltà: in un nuovo posto di lavoro le prime settimane sono sempre le più difficili perché ci si deve ambientare. Bisogna concentrarsi sul nuovo lavoro e dare il massimo; le amicizie e il divertimento verranno subito dopo, senza troppi sforzi!

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